Il Lombrico e l’Amore, Parte 1

5-la-torre

Una mattina, il lombrico si accorse che mancava qualcosa.

Non nella sua tana, ma nel suo cuore.

Aveva tutto: il fango, lo sporco, un buco nella terra dotato di ogni confort, ma in fin dei conti non aveva niente.

Ancora non era riuscito a concretizzarla, quella mancanza, piuttosto sentiva solo che esisteva, dentro di lui. E quella mattina era apparsa per la prima volta.

   Cos’è che rende veramente degna l’esistenza di una creatura vivente? Qual è l’elemento aggiuntivo, ma necessario, che la nobilita ad una condizione superiore, non protesa quindi, solamente alla sopravvivenza?

Questo si chiese il viscido lombrico.

Ci pensò tutta la mattina, mentre faceva colazione, mentre si dedicava alle parole crociate, eppure la parola speciale, quella che dava senso a tutto, proprio non voleva affiorare.

   D’un tratto: 17 orizzontale, “quando si cerca non si trova mai e quando meno ce l’aspettiamo arriva all’improvviso.” Cinque lettere.

Il lombrico sorrise, le frasi fatte portavano sempre a facili soluzioni: a-m-o-r-e.

Ci stava.

L’Amore.

Il lombrico sgranò gli occhi. Certo! Era quella la parola. Quella stupida parola che tutti ripetevano sempre in tv, nelle canzoni, nei romanzi o nelle poesie.

Finalmente, l’aveva trovata. Adesso però rimaneva da capire come ottenerla.

Chiuse la rivista e uscì dal suo buco.

   Fuori era afoso, il sole scioglieva la striscia d’asfalto accanto alla tana, tanto che gli alberi sembravano sospesi, fluttuanti come miraggi. Il lombrico dovette coprirsi gli occhi per la luce, era da tanto che non visitava il mondo di sopra, il pericolossimo mondo che brulicava da sempre sopra la sua testa.

Rivolse lo sguardo intorno: c’era un grosso ulivo lì accanto, di quelli tutti nodosi e cavi, che fanno venir voglia di esplorarli. In alto, su quei rami antichi, qualcosa produceva una melodia irresistibile.

Decise di arrampicarsi. Ci volle quasi un’ora per raggiungerli; tutta quella corteccia ruvida e solcata non facilitava proprio il suo strisciare.

   – Ciao, tu sei l’Amore? – chiese il lombrico alla cicala.

Quella smise subito di suonare e con grande sorpresa rispose: – Sei l’Amore? Forse sbagli il verbo,  fai l’amore, volevi dire – E riprese a suonare, con maggiore passione.

Il lombrico rimase in silenzio, quella risposta proprio non l’aveva capita. La melodia ricominciò ad ammaliare le sue orecchie, provò pure ad afferrarla nell’aria, con grandi balzi, fino a quando non scivolò su un lato, cadendo giù.

Tra le risate della cicala e la sua musica ipnotica, si accorse che stava precipitando. E poi…tof! Il Buio.

Si svegliò tutto ammaccato poco dopo. Quell’avventura dolorosa era valsa a poco. L’amore non doveva stare di certo sugli alberi. Così proseguì lungo la striscia d’asfalto, rimanendone sempre fuori, nella parte di terra.

Giunse ad una pianta di begonie. C’era un grosso ragno immobile sulla sua tela, come un guardiano, in mezzo a quei fiori spessi. Il lombrico decise di domandarglielo da lontano:

   – Hey, tu! Sapresti dirmi dove trovo l’Amore?

Il ragno rimase fermo, in silenzio.

Ipotizzando che non potesse sentire a quella distanza, ritentò un’arrampicata, sulle foglie della pianta.

   – Ciao, sai dove trovo l’Amore?

Ancora niente, il ragno sembrava morto, pareva persino rigido. Oppure era semplicemente sordo.

Il lombrico riprovò, ma presto capì che era inutile.

D’un tratto scorse la sua tela, era un intreccio così articolato, così seducente. Con quei fili sottili, quasi impercettibili, che luccicavano imprevedibilmente al sole e parevano stregati, mortali. Fu tentato di sfiorarne uno.

   – Non ti azzardare! – Urlò improvvisamente il ragno, spaventando il lombrico che quasi precipitava di nuovo. – Ma allora sei vivo – ribatté.

  – Tu che cerchi l’Amore! Non vedi questo capolavoro? Non ti suscita questo disegno un amore immenso? Non vorresti percorrere questo labirinto intricato per ritrovarti inevitabilmente nel centro dell’universo? Perso. Come se ti fossi mai trovato! Per caso ti sei mai guardato dietro?

Parevano le parole di un folle, pensò il lombrico di stucco. E poi quella tela era magnifica sì, ma non avrebbe potuto di certo trascinarla fino a casa. Non esitò un attimo e ritornò sulla sua terra calda.

Ma che strano mondo quello di sopra. Tutti sembrano avere strane idee sull’Amore.

Continuò accanto alla strada, iniziando a perdere fiducia.

   La mattina cominciava ad ardere veramente. Era scoccata la Controra. Quell’arco di poche ore, in mezzo ad una tipica giornata d’estate, in cui il sole brucia perpendicolare sulla terra. Il momento in cui quel Dio ama beffarsi degli esseri viventi. Cuocendo le loro teste, divorandosi le loro ombre, di modo che possano temere di esser morti all’improvviso.

Quell’arco di poche ore in cui i viventi impazziscono, si bloccano fulminei. Cercano un posto riparato e quando lo trovano vi rimangono, immobili, finché il suo spasso non si placa. Sono gli attimi in cui il dubbio afoso li assale, quello supremo, universale, che impedisce ogni tipo di azione. Così che le loro menti s’immergano e cristallizzino, come formiche, nell’ambra della coscienza; senza mai trovare uno scoglio o un’isola a cui aggrapparsi.

Un viaggio vano, ma inevitabile. Finché la vita non riacquista la sua frenesia, quando sale un po’ di brezza e il sole torna inclinato. I viventi riacquistano certezze e tutto torna come prima.

   Il lombrico esausto continuava la sua ricerca, sotto il sole che scioglieva, sopra l’erba morta che scricchiolava.

La cicala produceva ancora il suo Amore nell’aria. E i fumi della calura parevano danzare nel cielo.

Quanto rimpiangeva la sua tana fresca! Il buio confortante, il fango umido.

Ma dopotutto era riuscito ad arrivare così lontano, più di quanto avesse mai potuto, non poteva di certo arrendersi a metà strada.

Il suo corpo, un tempo fluido e morbido, era divenuto arido, colmo di piaghe dolorose. L’Amore doveva sicuramente avere un prezzo così alto.

   Durante lo strisciare lento, d’un tratto scorse in cielo un movimento frenetico, come un’ombra insolita. Sembrava luccicare, scompariva e riappariva poco più in là in modo imprevedibile. Poteva distinguerne la sagoma, sul terreno, che cresceva intorno a lui. Forse si stava avvicinando. Non poteva però rivolgerle lo sguardo diretto, per colpa del sole dietro, bruciava troppo.

Non c’era molto tempo, non poteva che essere un predatore. Un certo terrore cominciò a scuotere ogni piaga del suo corpo secco.

Ma non ebbe nemmeno il tempo d’infilarsi sotto terra, un mostro deforme gli si parò davanti all’improvviso. Una faccia irata e spaventosa, piatta come un muro, proprio davanti a lui.

Tutti e cinque i suoi cuori cominciarono a pulsare talmente tanto che quasi si vedevano sotto la pelle. L’istinto cercava di impedirglielo, ma non riuscì proprio a trattenerla, quella paura. La sua gola prese a gridare senza controllo.

[continua nella Parte 2]
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8 risposte a “Il Lombrico e l’Amore, Parte 1

  1. Mi piace davvero. Anche perchè mi riconosco nel lombrico (sono meno viscido ovviamente…). Chissà come va a finire…
    Grazie per la tua visita… Lieto di averti scoperto!
    Piacere,
    Andrea

    PP

  2. “Aveva tutto: il fango, lo sporco, un buco nella terra dotato di ogni confort”… eh, proprio vero che la realtà è (oltre che un’illusione ottica ben congegnata) un mero gioco di punti di vista.
    vediamo come continua. certo che se l’amore è solo un concetto astratto, ovvero una parola, l’aveva già trovato prima ancora di cominciare, proprio nel cruciverba.
    : )

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