Dormiveglia

sogno polaroid sx70 lift off rebecca lena

– Posa uno specchio infinito sotto il cielo.
E, passo dopo passo, scoprirai di camminare sul filo dell’orizzonte.
In quale dei due riflessi abiti? – Le parole sospirate si adagiarono caute sul suo lobo, come una culla di ragno sfaldata. – Quello di sopra, che cammina stabile, o quello di sotto, che pende?
Non rispondeva; lo sguardo svanito sul suo orizzonte.
– Osserva il ghigno del tuo capo-volto, quando hai troppa fiducia nel tuo equilibrio. Osserva bene il suo profilo: è convinto anche lui di camminarti sopra.

Coi piedi scalzi continuava a percorrere la superficie gelata del vetro mentre il disco dorato veniva inghiottito dall’orizzonte. La sua metà celeste iniziò a raffreddarsi dentro una brina cerulea sospesa.
Di sotto invece albeggiava. E il ghigno nemico si scolpiva di luce. Per un attimo gli occhi dei due uomini capovolti si incrociarono. Quello che stava sopra, col cielo che imbruniva, distolse subito lo sguardo.
Con la stessa superba lentezza, il primo angolo di un altro sorriso, comparve nel suo cielo proprio nel punto di uscita del Sole. La falce serena della Luna sgusciò adagio verso l’alto, trascinandosi dietro un cuscino di seta chiara.
– Cosa hai da ridere Tu? – Si rivolse alla nuova arrivata – Ti appropri di virtù altrui…Per creare opere altrettanto sublimi.
Abbassò la fronte lievemente aggrottata.
La Luna, indifferente, perpetuava adagio.

Rumore d’inciampi in veranda.
Il fruscio di quei mondi simmetrici si dissolse in un attimo; il ghigno luminoso della luna, stampato sul soffitto, fu assorbito fra le crepe. Tutto quel frastuono onirico divenne un’eco cadente, un fischio d’aria aspirato via dalle sue orecchie che in quell’istante si riempirono nuovamente, ma di qualcosa di più pesante e vivido, di silenzio. Come anfore strapiene, di nessun rumore.
Le sue ciglia cigolanti sbatterono ripetutamente, per riprendere agilità, e soprattutto per tentare di spazzar via gli ultimi residui della sindone di Luna ancora fragile e fioca sopra l’intonaco.
– In quale dei due riflessi abiti? – Continuava tuttavia ad echeggiare tra le pareti del cranio. Era una voce doppia, tripla, o forse più, dal tono scivoloso e ineffabile. Pareva di averla già sentita, probabilmente in un altro sogno, ma preferì concentrarsi sui rumori in veranda. Quel tonfo lo aveva svegliato, e adessogli pareva di avvertire piccoli fruscii.
Qualcosa sfiorò una scatola, proprio in quell’istante. E una vampata pungente di terrore partì dal diaframma, calcandolo da capo a piedi.
Tirò su la coperta fin sotto gli occhi.
La paura più irrazionale si prova quasi sempre subito dopo aver sognato, quando la mente è ancora un po’ delicata, sgualcita, simile ai petali di un papavero. Come se a giocarci fossero state proprio quelle entità spiritate della coscienza. Esseri effimeri, che hanno ali delicate come farfalle (le uniche infatti in grado di fecondare i papaveri).
Silenzio, passarono alcuni minuti, e la sua testa poté riacquistare la sua abituale razionalità.
Ripose le coperte sotto i gomiti e decise di alzarsi. Percorse la stanza, trascinandosi fra le ciabatte, fino alla cucina e poi alla veranda.
Con le luci accese tutto era quieto e quotidiano, Mino lo osservava con i suoi occhi grandi di gattino accanto alle ciotole vuote. Riempì una di croccantini, accarezzò il suo pelo nuovo, morbidissimo; e fuori, la luce rugginosa dei lampioni, scarabocchiava vagamente sopra gli abeti.
Quegli alberi ondeggianti, si soffermò un attimo sulle loro mani tentatrici. Parevano ventose per gli occhi. Manipolatorie e ipnotiche.
Realizzò quanto fosse amabile contemplare il terrore da lontano.
Spostò lo sguardo più in alto dove i colori raggelavano.
Quel ghigno, era sospeso tra vapori perlacei, rimasero immobili ad osservarsi l’uno con l’altro.
Il bisbiglio fresco della notte rabbrividiva sulle case, marciando fra le carte della strada, fra le dita sottili degli alberi. S’incanalò dentro le sue narici, gonfiando enormemente il petto.
– Sei tu il riflesso! – Gridò improvvisamente alla Luna. E in un attimo quelle parole furono inghiottite dal buio.
Lo sanno tutti che quella luce non è tua, riprese poi fra sé e sé, continuando a fissarla con aria di sfida. La Luna non rispondeva, immobile e impenetrabile, pareva accettare la sua sconfitta.
Spense la luce della veranda. Pose la busta dei croccantini sopra la mensola quando un lieve scoppiettio giunse alle sue orecchie. Non sembravano ruote sull’asfalto, né il tremolio della brezza. Piuttosto uno scroscio crescente, cinguettante e ovattato.
Il corpo rimase rigido con le spalle alla finestra. Proveniva dall’esterno. Era insolito, era notte. Qualcuno annaffiava? Si affacciò nuovamente.
Dovette stropicciarsi gli occhi per molti minuti prima di accettarlo realmente. La luna gocciolava.
Quel satellite, per quanto distinto e reale, cominciava proprio a colare sulla terra. Lacrime sporche si staccavano una dopo l’altra, sempre più veloci, sempre più numerose. Presto uno scroscio, una cascata, si riversò rumo-rosamente fra le case lontane, inondando ogni strada, travolgendo alberi e macchine.
Uno stupore paralizzante prese a fissarlo bene a terra. Gli occhi rimanevano sospesi su quella fessura, come una falla, del cielo che vomitava sopra le case umane. Era talmente assurdo pensare di scappare. Sotto la montagna cominciò a distinguere serpenti furiosi di fanghiglia. Gli edifici parevano sciogliersi una volta travolti, come in un acido molto potente; così gli abeti, si infiammavano e poi affondavano, esausti.
La città andava spianandosi e presto la marea avrebbe raggiunto anche le sue mura.
Guardò attentamente l’onda anomala che lo puntava, quella bocca crepitante, schiumosa di putrido. E d’un tratto, una sensazione inaspettata prese il sopravvento sulla paura. Riconobbe una certa familiarità in mezzo a quel furore, come un calore masochista che lo aveva già travolto un tempo. Se non una volta, molte altre, ma l’ultima che ricordava era stata distruttiva.
Quel giorno. I due ultimi rantoli lievi; e non era stato tanto il colpo di vederlo morire accanto, in un modo tanto doloroso, quanto piuttosto il suo ricordo. Il ricordo di aver ricordato così bene l’ultimo respiro rumoroso, a perseguitarlo nei giorni successivi alla sua morte. Il suo piccolo Mino3. Lo aveva visto trafiggere tre, quattro volte dalle siringhe, due dritte dentro il cuore, prima che potesse soffrire ancora. Da mesi non riascoltava più quel suono nel registratore della sua memoria. D’altronde era naturale lasciar sbiadire le parti peggiori del proprio nastro, no?
Eppure adesso c’era l’onda. E l’inspiegabile crudeltà del suo rantolo; quel suono…come un fiume acido di nuovo bruciava le vene, gli affogava il cuore, cuoceva la sua angoscia fra le percosse furiose.
Eccola, si stava avvicinando, con tutto quel dolore; scioglieva il mondo negando ogni profilo. Si voltò velocemente, verso il basso: Mino non c’era, la ciotola era piena. Chiuse gli occhi giusto in tempo per essere travolto.
L’ onda si riversò in casa e fu scaraventato a terra.

[continua…presto, dentro pagine di carta]

Un racconto distruttivo come questo Marzo 2013. Ispirato al fiume Bisenzio in piena, alla leggenda del Ponte del Diavolo di Cividale (http://it.wikipedia.org/wiki/Ponte_del_Diavolo_%28Cividale_del_Friuli%29), alle mie angosce, alla mia coscienza; e in ricordo del mio piccolo Mino.

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24 risposte a “Dormiveglia

  1. Molti dei tuoi racconti sono pugni dritti nello stomaco, solo che hai la capacità di comporre una prosa che, anziché cacciare l’aria dai polmoni d’un unico tratto, la fanno scivolar via a poco a poco, cosicché il lettore si ritrova a non respirare senza accorgersene. Proprio come alcuni personaggi da te descritti, che comprendo la propria condizione sospesa durante la caduta. Riesce a tracciare le parole come una tela filata a poco a poco attorno al lettore, una nebbia che sale progressivamente, che prima illude e poi ottunde. Complimenti, davvero!

  2. Pingback: La Dormiveglia, parte 2 | Rebecca Lena Stories·

  3. Bello, richiede molta attenzione (almeno da parte mia) per essere seguito, ma bello!
    C’e’ anche un po’ di Alice nel Paese delle Meraviglie o sbaglio?
    em.il.

      • Era piu’ che altro una sensazione, datami dai mondi “riflessi” e dalla luna piangente. Un richiamo piu’ filosofico che letterario, ma forse presente nella mia mente piuttosto che nel tuo scritto (che a una seconda lettura diviene ancora piu’ apprezzabile).
        ;-)
        PS scusa per gli apostrofi al posto degli accenti ma uso una tastiera non italiana…

  4. vulpis et draco delle favole di fedro (il testo scolorito della foto, se non vado errato…).
    : )
    per il resto, lo specchio infinito – in quale abiti? – pare riflettere il mondo onirico in quello reale e viceversa. palcoscenico vagamente philpdickiano nel senso, ma più poetico e ricercato nello stile.
    proseguo.

  5. È una prosa poetica, che procede per sensazioni interiori e oscure dove ognuno di noi può ritrovare qualcosa di sé e capire a livello soggettivo. Scritto bene davvero. Grazie, cara Rebecca, per i tuoi vari “mi piace” così generosamente sparsi sul mio blog. Anche i tuoi scritti mi piacciono: brava.

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