Fra i rami

stupore rebecca lena polaroid sx70 lift off

   Non c’entra la gravità. Se non avessero radici, gli alberi, volerebbero. Ca-drebbero lentamente nel cielo, in silenzio. Ondulando la chioma come meduse.
Le foglie brillanti si perderebbero nei flutti del vento con un moto rotatorio infinito.

Un rametto cadde fra i suoi capelli, imbattendosi in un prato morbido che ne attutì il tonfo.
Spostò lo sguardo, da molto impietrito nel vuoto, per fissare quella mela con cui aveva appena conversato; l’addentò con piacere.
Era succosa e croccante, il gusto talmente acceso da ridestargli la gola.
Avvertì in quella freschezza un bagliore, il sapore ideale: quello della Primavera; da pochi giorni infatti si era magicamente decisa a posare il suo sguardo anche sul suo lembo di cuore.
Adesso la sua schiena poteva pur massaggiarsi con la corteccia di un albero, le sue cosce potevano inumidirsi d’erba, ancora un po’ sgualcita, e finalmente riusciva a riposare gli occhi nel vuoto. Quel vuoto vivo, colmo di colori delicati come petali fra le dita; fiori di ciliegio come occhi curiosi, carichi di lentiggini; ritagli del sole, come squame dorate, sui visi degli u-mani.
E poi le foglie tremanti che scuotevano via quello stupore del mondo, vibrando sulla cima dei rami, rovesciando meraviglia sottile proprio sopra la sua testa.
Presto anche la “neve” dei pioppi gli avrebbe sbiadito i capelli. I germogli erano ancora tutti arricciati sui rami, impegnati nelle ultime preparazioni prima di partire.

    I fiocchi di Maggio sono i messaggeri di sogni e desideri. Migrano lenti, navigando sui sospiri del vento. Talvolta i più giovani si azzardano a curiosare tra le cornici di una finestra; in un attimo ne vengono risucchiati, inghiottiti per sempre nel quadrato buio. Una volta dentro nessuno è mai tornato indietro per raccontare agli altri come si muore, assorbiti, nell’ombra solitaria di un mobile.

Li aveva visti alla finestra, un giorno, muoversi a migliaia verso est, come uno stormo d’anime bramose.
D’un tratto però un impeto profumato s’insinuò nel suo naso. Tutto all’improvviso, in un solo respiro lo penetrò, accarezzò a fondo le pareti delle narici e immediatamente fu esaurito. Inclinò la testa, cercando un’ultima scia, ancora, ma sembrava essere svanito; l’aria intorno non ne aveva conservato alcuna traccia.
Eppure lo conosceva, era un odore pastoso e dolcemente ovattato, avvolto da una sfumata gradazione di lilla. Glicine; ma non vi erano grappoli pendenti nei dintorni. Era stato fulmineo, irresistibile, come un bacio violento in fondo al naso; immaginò per un attimo quanto fosse rimasto illuminato il suo viso.

Una cascata leggera
delicate bocche viola
come un nastro raccolgono
ad un lato, alcune ciocche
di allucinante bellezza,
le onde scure rivelano
fibre infuocate alla luce,
trame spontanee di fiori.

Che immagine viva, morbida e disarmante, ed era stato proprio l’inaspettato profumo a donargliela. Ricordò quel giorno, quando vide finalmente sorridere la Primavera. E la vide in quei capelli, gentilmente raccolti da un grappolo di glicine. Li aveva osservati a lungo, ma poi, scorrendo con lo sguardo verso ciò che si avvertiva del viso, delle spalle, le sue vene erano state investite bruscamente da una miscela particolare: prima sbigottimento, sconcerto, sorpresa, e poi meraviglia, incanto. Sublimità. Proprio nell’esatto istante in cui quei tratti si erano rivelati inaspettatamente maschili.
Era un accostamento strabiliante; una combinazione di caratteri talmente opposti, di colori e identità, eppure così armonicamente intrecciate. Il viola sfumato tra i capelli di rame scuro (incandescenti al sole) e poi un viso deciso, per metà guarnito di barba rossa. Quegli spigoli maschili, circondati da ciocche morbide e fiorite, avevano scosso il suo cuore in un abbinamento di contrari che non si annullava affatto, ma produceva una bellezza sospesa, sconvolgente; che sapeva d’infinito.

L’odore molle del glicine, le mille labbra polpose, l’animo sedotto. Immergimi ancora, affogami gli occhi fra le corolle.

Cresceva, il ricordo di quella fragranza nel cuore, talmente dolce; quanto, a tratti, amara.
Come l’aroma dei fiori odorati troppo, o troppo da vicino.

Una mosca si posò sulle sue scarpe assopite, così sporche, che sembravano dormire là da decenni. Un ragnetto vermiglio camminava nell’aria, tra una spiga e l’altra, avvicinandosi furtivamente alla sua mano. Più in là invece, una grossa formica ondeggiava insieme alla brezza, cullata sopra la sua lunga amaca verde.
Avvicinò lo sguardo verso quegli spazi bui fra l’erba, meravigliandosi a poco a poco, della tale profonda vibrazione che vi abitava (e che fuori, dalla sua altezza, non si percepiva affatto).
D’improvviso ne avvertì le esistenze frenetiche, silenziose, peregrinanti in eterno verso il nulla del mondo; esattamente parallele a quelle che percorrevano le strade della sua città. Esistenze scandite dalla cadenza di un respiro, da una manciata di conchiglie scosse dentro una sacca di cuoio. Tutti quei passi minuscoli destavano intimamente la terra, perforandola di melodie intricate, composizioni interminabili, grovigli sguscianti. Pareva sottile ferraglia, costante nei suoi dolci tonfi veloci fra tic toc di antenne su pietre.
Ah, vivido stupore, scoppiettante nostalgia!
Così appoggiò la testa al tronco e perse lo sguardo fra i rami fioriti. Disegnavano nervi nel cielo. E la sua quiete pulsava vivamente, nella consapevole adorazione di qualcosa, di uno spazio e di un tempo così plastici, di una misteriosa intensità che lo circondava. Polvere sulle sue gambe, file di formiche sui suoi piedi.
Erano passanti pochi minuti, quando si accorse di una strana assenza, mancava qualcosa di molto importante: in cielo. I percorsi nodosi dei rami parevano troppo tranquilli. Nessun fruscio, nessuna vibrazione tra i petali delicati. Fino a quell’istante le sue orecchie erano state inondate da tutt’altri rumori, brezze inesistenti, brividi microscopici, ma di cinguettii in cielo, non ne aveva visti, né sentiti ancora.
Presa coscienza di quella mancanza, il silenzio ricomparve d’un tratto fastidioso. Dov’erano? Il bel tempo, la luce così calda, non avevano alcun senso senza quel mattutino chiacchierio.
Esaminò un po’ il cielo sopra la chioma. Ma nessuna virgola, o battito scattante.
Era disarmante l’effetto che quel silenzio procurava intorno, dal momento che qualcosa di tanto quotidiano veniva a mancare senza preavviso, un mattone fondamentale nella sua percezione sembrava come sparito. L’aria d’un tratto pesava d’insipido.
Decise di uscire fuori dal tetto di rami.
I contorni delle grondaie definivano i lati del cortile. Diede uno sguardo veloce intorno: sui tetti nessun movimento, le tegole nude cuocevano al sole proiettando ombre grafiche e ondulate.
Ripose la schiena sulla corteccia, con maggiore turbamento. Ma qualcosa rimase impresso sopra i suoi occhi: quelle ombre nette. Ripensandoci, non tornavano affatto; il sole era alto e perpendicolare. Non avrebbe mai permesso a quei cocci schiacciati di proiettare ombre lunghe a quel modo. Di colpo si sporse di nuovo. Questa volta mise a fuoco proprio sopra i tetti, e per un attimo le sue pupille pulsarono sbigottite.

[continua…presto, dentro pagine di carta]

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24 risposte a “Fra i rami

    • ahah, molte persone spesso mi dicono spesso di non voler leggere i miei racconti per paura di colpi di scena inaspettatamente macabri, ma questa volta mi sono un po’ trattenuta dai…soprattutto perché ho iniziato a scriverlo sotto un caldo sole di primavera e l’ho finito in mezzo ad un vento freddo novembrino (di fine maggio).

  1. Non è una situazione insolita di stormi di storni che dopo aver banchettato tra le vigne in campagna si gettano a occupare ogni centimetro di ramo nei parchi cittadini.
    Bello questo spaccato di realtà vista da un’angolazione insolita: un giovane albero che non aveva conosciuto ancora cosa volesse dire essere aggredito da uno stormo di uccelli.

  2. Bel racconto. Forse leggermente troppo lungo per un blog. Mi piace lo stile ma attenzione a non eccedere in manierismi. Buona l’idea. Brava.

  3. Pingback: Un riassunto di settembre | allsho's blog·

  4. un albero dendritico, dunque, in un certo senso, se di neuroni in libertà si tratta.
    : )
    fruttificano parole un po’ ovunque qui (rami, narrami) a partire da trame spontanee di fiori in una sorta di stormire pensieroso: fronde su fronde, si percepisce il confliggere dei flutti e, volendo, il ribollire sotterraneo e automatico dell’attività cerebrale, di cui solo minima parte giunge a livello di coscienza.
    peccato che il racconto non sia completo (perché?), ero curioso di vedere dove andavi a parare.

  5. mi piace questa immersione di sensi e d’anima ,questa dispersione dentro la primavera ,colta nel profumo nei colori del glicine nelle forme invitanti di un maschile morbido ,nel sussurrare delle fronde ..e quello strano silenzio ,inusuale del canto …Forse era di troppo occorreva una mancanza tra sogno e realtà , tra realtà e apparenza

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