La Torre

torre polaroid sx70 lift off rebecca lena

    Esaminò tutto il perimetro in punta di piedi, con le orecchie ben tese ad ogni scricchiolio del pavimento.

Soffermandosi distrattamente su tutto ciò che un tempo erano state pareti, notò immediatamente una bella conchiglia, murata sopra la calce. La cosa più stupefacente non era tanto la sua posizione o il fatto che dopo secoli era ancora del tutto integra, quanto il suo foro naturale, perfettamente circolare e simmetrico come una pupilla. Chissà quante cose poteva aver visto quella conchiglia; magari qualche ricordo lo aveva pure conservato, scolpendolo sopra la calce al suo interno come una piccola macchina stenopeica.

Con l’aiuto di un rametto Milo scavò delicatamente la calce secca intorno e con cura la staccò dalla parete. Era grossa quanto metà del suo palmo, ed era solida, sapeva di antico. La avvicinò con trepidazione all’occhio si-nistro, coprendo l’altro con la mano destra.

     Qualche battito di ciglia per mettere a fuoco e ciò che non si aspettava si accese in un attimo, tutto intorno. Quella terrazza arieggiata, attraverso il piccolo foro, d’un tratto divenne una stanza coperta, intonacata e con ampie finestre; anche se percepiva ancora le spalle bollenti di sole.

Così la allontanò dal viso e la terrazza tornò quella di sempre, circondata da ruderi.

    Capì immediatamente il miracolo a cui aveva assistito e una bolla di adrenalina e ansia dolce scoppiò dentro il suo diaframma, disperdendosi in tutto il corpo.

Prese a esplorare la torre nuovamente, attraverso l’occhio della conchiglia, con quella nuova prospettiva speciale, aggrappata alla serratura di un mondo creduto perso. Doveva esistere ancora, il passato, sovrapposto silenziosamente al presente, come una pila di foto su carta velina. Lo vedeva. Vedeva una stanza più accogliente, con l’intonaco chiaro, i mobili in legno, strani utensili umidi, serrature lucide ben avvitate alla parete, e l’odore di vino, di umida fermentazione attaccata al suolo.

Si accostò ad una finestra per guardare la foce di S. Andrea oltre le dune, c’era una costruzione in legno che non riusciva a definire, forse un molo; il mare stanco nella sua immobilità pareva un lago, così come il cielo, congelato; e le piante intorno sbiadite come acquarelli. In basso, ai piedi della torre, scorse una montagnola di scheletri di pesce sormontata da tafani.

Era un mondo fermo, un attimo cristallizzato dall’occhio della conchiglia; o forse un insieme di attimi sovrapposti e fusi l’uno con l’altro. Sentiva l’odore pesante delle cose e del silenzio, il sole sulla schiena quasi non lo percepiva più. Ma non poteva toccare niente di quell’universo, la mano spariva oltre il tavolo e oltre qualsiasi oggetto. Tutto pareva sospeso in una tenue nebbiolina bronzea.

Immerse il viso in un armadio e senti l’odore morto di stracci usati.

    Un fruscio di piedi scalzi alle sue spalle lo costrinse improvvisamente a voltarsi, fu attraversato da capo a piedi da un violento sussulto di paura. Trattenne il respiro davanti a quella figura in penombra, a pochi metri: un ragazzo seminudo. Aveva un braccio alzato e la mano nascosta dall’ombra del viso, a prima vista pareva in procinto di lanciare qualcosa. Ma indie-treggiò anche lui davanti a Milo, ugualmente sorpreso o spaventato; abbassò il braccio e si dileguò all’istante. Senza fare alcun rumore. E fu proprio quel silenzio sconvolgente, con cui si era dissolto, a inquietare ancor più il cuore di Milo.

Comiciava a tremare e decise che era tempo di andare, sebbene la conchiglia rimanesse ancora ben salda sopra il suo occhio. Scese l’ultima rampa di scale rischiando costantemente di cadere sopra quei gradini che vedeva, ma che non esistevano sotto ai suoi piedi.

Il piano terra era buio e appoggiate alle pareti poteva distinguere pile di sacchi accanto a casse ammassate, tessuti appesi e rattrappiti, attrezzi lunghi in ferro e grovigli di reti. Camminava svelto verso l’uscita posteriore da cui proveniva la luce e non fece caso all’uomo nel buio, appoggiato ad una parete, se non quando gli fu a pochi metri. Nella stanza rimbombò distintamente il tonfo del suo cuore nell’attimo esatto in cui si accorse di quell’uomo, ma soprattutto della sua peculiarità di non toccare affatto terra. Stava proprio fluttuando, immobile, a circa un metro dal suolo. E a quel punto non poté non accorgersi che anche i suoi piedi poggiavano sul nulla; il pavimento in pietra lo vedeva, era più in basso. Eppure lo scric-chiolio fresco della sabbia fra le dita lo percepiva eccome.

L’uomo fece un passo in avanti, Milo gli scagliò contro la conchiglia e si precipitò fuori dalla torre con un balzo.

 

La Torre di Scampamorte: http://it.wikipedia.org/wiki/Torre_Scampamorte

leggi gratuitamente l’intero racconto qui!

http://issuu.com/rebeccalena/docs/racconti_della_controra__rebecca_le

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24 risposte a “La Torre

  1. Comunico a tutti che per motivi logistici misteriosi il racconto non verrà mai pubblicato per intero, per cui nel caso in cui non riusciste a vivere senza capire veramente cosa accade dentro la Torre potete mandarmi una mail a: rebecca.lena.92@gmail.com e vi sarà inviato tranquillamente un pdf del racconto completo, pieno d’amore, affetto e gratitudine. (Tutto ciò vale anche per i prossimi di cui saranno pubblicati solo estratti.)

  2. Pingback: Volti animali: dibattito sperimentazione animale – La Torre, estratto 2 | Racconti della Controra·

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