Due occhi di madreperla

foto cimitero polaroid sx 70 lift off

Agosto, 1962

    La fiutavo quella voce, nell’aria farinosa della soffitta: una vibrazione cupa, vivida. Sgorgava fuori da quegli occhi adagiati su due morbidi cuscinetti di pelle. Le sopracciglia piegate come ali, ricalcate simmetricamente da due baffi ordinati che nascevano dall’ombra del naso e che lanciavano le loro punte verso l’alto, con un elegante abbozzo di sorriso. Linee leggere, parevano quasi schizzate a matita, proprio come lo scarabocchio aggraziato che solcava il retro della carta, quello con la data 1910.

Qualcosa in quel viso parlava più di tutto il resto della fotografia.

Il suo busto sbiadito emergeva tra i corpi di altre persone, quasi al centro della composizione. Il suo sguardo tuttavia pendeva lievemente verso sinistra, delineando una strana espressione sul volto – che stillava stupore, curiosità? – a prima vista impercettibile; successivamente, sconcertante. Al contrario, gli sguardi delle altre persone parevano ingessati verso un punto misterioso verso destra, oltre l’obbiettivo.

Al centro di quella foto c’era anche mia nonna Tonia, seduta sopra il suo lungo vestito matriarcale e circondata dai suoi tre figli piccoli (tra cui mio padre); alla sua sinistra mio nonno Francesco, col cappello, il completo gessato e le scarpe da contadino.

Dietro di loro si trovava una giovane ragazza con la mano appoggiata alla spalla di mia nonna; probabilmente era una cugina visto l’impressionante somiglianza dei loro volti. Poteva avere circa vent’anni. Al suo fianco vi era proprio l’uomo garbato, quello con gli occhi bisbiglianti e lo sguardo inclinato.

Quella foto mi catturò per parecchi minuti, ma non fu la sola.

Non riuscii a resistere quando intravidi quella piccola cassetta di legno scuro buttata in un angolo della soffitta; era là, parzialmente nascosta da qualche vecchia coperta indurita, come qualsiasi altra cianfrusaglia intorno. Scostai gli stracci col piede e notai una piccola chiave legata con lo spago ad una delle due maniglie.

La aprii sotto la finestra in alto, velata da una tenda di ragnatele.

Forse si trattava di una raccolta di piccoli ricordi legati a qualcuno, troppo importanti per stare in casa, ma nemmeno così segreti da essere custoditi in un forziere.

Trovai subito due bei guanti ingialliti, sicuramente fatti a mano da qualcuno, visto che in famiglia ce l’avevano questa piccola ossessione per l’uncinetto; subito sotto era piegata con cura la foto di famiglia, con quelle sette figurine congelate nelle loro ombre marrone dorato. Vi era infine un bigliettino, adagiato tra le dita dei due guanti, e subito lo aprii con cautela:

Dovrà chiamarsi Cesare.

Il mio dolce Cesare.

A.

Quelle parole mi turbarono. Il mio dolce Cesare trapelava troppo affetto, non per un biglietto qualunque. E poi chi era Cesare? Non avevo mai sentito nominare nessuno con quel nome, così come qualcuno la cui iniziale fosse stata A. Tranne ovviamente nonna An-Tonia, ma lei odiava talmente tanto il suffisso “An” che non avrebbe mai potuto firmarsi così.

Successivamente notai, parallela ad una delle pareti del bauletto, una piccola foto su cartoncino spesso: ritraeva il busto sospeso di un uomo, immerso in quell’aura nebbiosa e mortuaria tipica dell’epoca; un uomo piuttosto attraente a dire il vero, con due bei baffi arricciolati, che a confrontarlo con la foto precedente pareva proprio lo stesso.

Sì, doveva essere lui. Quegli occhi, le sopracciglia, la luce nuda sul labbro inferiore.

In quella seconda foto molto più definita della prima notai bene le sue iridi brillanti, come due perle socchiuse in due molli ostriche; doveva avere gli occhi celeste chiaro.

Sul retro spiccavano vecchie grafiche di studi fotografici e ci volle qualche minuto prima di individuare una lieve iscrizione sulla parte alta della carta. La scrittura era fitta ed esageratamente inclinata, ma ad una prima lettura riuscì a distinguerne alcune parole: …d’affetto e eterna memoria…o madonna…il suo amato Cesare.24/8/910. 10

Amato Cesare era marcato con forza, quasi solcato con una punta sopra quella carta affumicata; e non c’era ombra di dubbio sull’importanza di quel nome, l’inchiostro – ormai cavo – percorreva le sue lettere con chiara e meticolosa precisione. Ma chi era quest’uomo talmente importante da essere rinchiuso per anni fra le pareti marce di un cofanetto?

E l’ultimo tesoro, riemerso da quel fondo in velluto, fu un piccolo quaderno nero dalla copertina rigida e imbarcata. Lo aprii con le mani leggere come piume e le orecchie tese ad ogni scricchiolio della carta.

L’elicoide. Diario poetico di Cesare.

Nella seconda pagina, avvolte da una foresta di scarabocchi e da macchie d’umido, decifrai alcune parole della prima poesia:

causa

do ve

ve do

effetto

C’era qualcosa di insensato e delirante nelle parole di quel taccuino, nella loro disposizione, nel modo in cui emergevano tra gli sgorbi neri. Sfogliando velocemente notai che le pagine successive erano anche peggio. Alcune parole erano addirittura scritte al contrario, o scritte male, come fossero uscite da una penna frenetica che si opponeva al comando della mano.

Voltando una delle pagine le mie mani d’improvviso sussultarono: scorsi una sagoma nera, stampata su un angolo in alto. Lasciai cadere il quaderno quasi all’istante; ovviamente non ebbi il tempo di constatare che nessuna creatura poteva essere sopravvissuta dentro una cassetta chiusa per anni.

Lo raccolsi per ricercare quella pagina e vi trovai una carcassa di ragno, completamente appiattita dal peso delle pagine. Mentre la osservavo mi scappò un tenue sorriso, mi tornò alla mente la mia collezione di foglie autunnali nascoste fra i libri, molte le avevo pure dimenticate, lasciandole fossilizzare fra l’inchiostro delle pagine.

Ma il mio sorriso d’un tratto si congelò. Seguii con lo sguardo una freccia disegnata sotto la sagoma del ragno, indicava alcune parole: forse proviene da lì. E fu in quell’istante che qualcosa si rivelò nella parte alta del taccuino, un angolo di carta fuoriuscito, probabilmente in seguito alla caduta. Tirai fuori un pacchetto di carte piegate, nascoste in una tasca interna della copertina posteriore. Adesso capivo il perché del suo rigonfiamento. Erano fogli di carta leggera, quasi trasparente, colmi di scritte e disegni.

Nella mia famiglia tutto ciò che appare scomodo, doloroso o triste, viene sotterrato da qualche parte, perché nessuno possa cogliere l’occasione di parlarne. Ma, per mia fortuna, mai completamente distrutto.

Un nastro elicoidale, ornato ai lati da commenti o calcoli abbozzati, era rappresentato al centro del primo foglio.

Indossai i guanti all’uncinetto, calzavano perfettamente sulle mie mani piccole. E mi parve di sfogliarle meglio quelle pagine sottili.

Sono Cesare. Cesare e basta, il cognome non l’ho mai conosciuto. Scrivo prima di intraprendere un altro viaggio. L’ultimo. Dal momento che niente e nessuno mi aspetta nel luogo da cui sono venuto.

Forse tu, se esisti e stai leggendo, se provi pena per me e vorresti parlarmi del futuro in cui vivi, forse tu solo, un giorno spererai di vedermi tornare, in qualsiasi anno, in qualsiasi giorno e posto; purché sia Estate.

Sono nato nella Primavera del 1911, tra due lenzuola morbide di mia madre e cresciuto fra quelle dure e ghiacciate di un orfanotrofio. Suor Emma è stata mia sorella, mio padre, mia zia e quasi mia madre. Per qualche strana ragione ha sempre avuto un riguardo speciale per me, più di tutti gli altri bambini.

Mio padre mi ha lasciato parte dei suoi geni, mia madre qualcosa di più. I suoi guanti di maglia bianca, due eleganti e stupefacenti intrecci di cotone leggero.

Quando avevo 13 anni li indossavo perché le mie mani vi entravano perfettamente, ma solo di fronte al mio piccolo specchietto rotondo sul comodino.

Osservavo riflesse quelle mie-sue mani, immaginando un mondo in cui esisteva, e mi sedeva accanto, dandomi la buonanotte a suon di carezze. Immaginavo i suoi occhi nel buio dopo aver spento la candela. Celeste chiaro, come i miei, ma più intensi. Come un cielo mattutino con poche nuvole frastagliate.

Lasciò anche un bigliettino fra le pieghe della mia coperta, in cui chiedeva, imponeva, di darmi questo nome. E non uno qualsiasi, un nome dolce. Una madre che ha concepito per errore non si preoccupa del nome del figlio, perché lo abbandona a chi può occuparsene per lei. Per questo, ne ero fermamente convinto, lei mi amava. Non poteva non amarmi, e nemmeno io di conseguenza, potevo resistere al desiderio di immaginarla ogni sera, ogni giorno, dentro le venature delle foglie, dentro il riflesso perlaceo di una conchiglia. Ma soprattutto dentro il viso di ogni persona. Talvolta, in mezzo alla folla del mercato, distinguevo uno schiocco veloce di labbra, o lo scatto malizioso di un occhio. Oppure due dita affusolate sopra una mela. Era lei.

Ognuno di loro possedeva qualcosa di suo; d’altronde è proprio di questo che sono fatte le persone: di altre persone, ce le hanno dentro, conservano i vecchi e maturano piano i nuovi.

Continuai a cercarla, fuori, dentro, per parecchi anni. Forse fino ai venti, poi il lavoro, l’uomo che gli altri mi scolpivano addosso, mi fecero dimenticare di pensare. Non ricordo nemmeno che ne è stata della mia vita dai diciotto ai venticinque anni, perché quella vera, la nuova vita iniziò proprio l’11 Luglio 1936.

Lavoravo come custode al cimitero di paese. Era l’unica occupazione che avevo mai amato, fin dal primo giorno in cui misi piede oltre quel cancello a volute nere. Amavo la distesa ordinata di lapidi. La fila di cipressi, gli arbusti antropomorfi che riemergevano dalla terra. Osservavo a lungo le foto congelate sugli ovali in ceramica e mi dilettavo a dipingerci sopra le voci o i caratteri di quelle persone. Talvolta mi perdevo nella luce morbida di qualche volto femminile, sperando di non riconoscervi mai alcuna somiglianza con i miei lineamenti.

Tutte le donne in foto erano quasi sempre belle, o almeno pia-cevoli, ma in poche mi immergevo davvero; non saprei ancora definire in cosa consistesse quella loro capacità – nello sguardo, nel particolare di un sopracciglio, o nell’angolo della bocca – di pungere così improvvisamente il mio cuore.

Era mattina quando vidi Suor Emma curiosare dalle inferriate. Le andai incontro, era invecchiata. Mi baciò su una guancia con gli occhi lucidi e mi porse subito una busta:

– Hai venticinque anni adesso vero?

– Sì, da Aprile.

– Bene, sono li stessi che conservo questa, per te – lessi sulla busta: Cesare, 11 Luglio 1936 – mi è stata affidata poco prima che ti portassero da noi, mi fece promettere di dartela in questo esatto giorno, ovunque tu fossi. E finalmente sono riuscita a ritrovarti. L’ho giurato.

– A chi? Chi te l’ha data?

– Non posso, ho giurato anche questo, non posso dirtelo. Ma non era tua madre. Stai tranquillo – mi guardava con tenerezza, pose una mano insicura sul mio braccio – adesso devo andare. E pensa a Dio ogni tanto.

Ci penso sempre. Avrei voluto risponderle, se non fosse corsa via per nascondere alcune lacrime che le erano scivolate lungo il viso. Ci penso sempre. Alla realtà, alla verità, all’ esistenza. Al rapporto che non necessariamente intercorre fra queste. Questo è Dio, per me.

Quella busta, la tastai, conteneva fogli di carta e due piccoli oggetti solidi. Mi appoggiai al tronco di un cipresso.

Mi sembra quasi di vederla, proprio qui, oltre questo foglio, la tua faccia sbalordita.

Tutto ciò che devi sapere adesso è che a scriverti in questo preciso istante è proprio tuo padre. Sì, l’uomo a cui non hai mai pensato in questi ultimi venticinque anni. Colui che credevi probabilmente un mascalzone qualunque, magari lo stupratore che indusse tua madre ad abbandonarti.

Tutto ciò ovviamente non è mai accaduto. Il motivo per cui sei cresciuto in orfanotrofio era assolutamente necessario al fine di farti crescere lontano da noi, da me.

Tua madre è morta. Si è tolta la vita subito dopo averti dato alla luce, impiccandosi, e forse anche questo è stato necessario, come tutto il resto. Il tempo per la verità ti scorrerà addosso un po’ alla volta, devi attendere e restare vigile per cogliere le occasioni gius-te. E mantieni calmo il tuo animo, sento in questo istante un bruciore divampare dal tuo diaframma fino alla punta delle dita.

Oggi il sole è perfetto, l’afa intorno ti attende. Segui attentamente queste istruzioni senza pensare troppo: procurati uno specchio da camera, che possa stare perpendicolare al suolo e recati su una strada qualunque, fuori paese; a mezzogiorno in punto. Non sarà semplice, dovrai trovare un luogo pianeggiante e individuare un miraggio in lontananza. Posa lo specchio in direzione del miraggio e assicurati di vederlo riflesso mentre gli dai le spalle.

Dovrai camminare all’indietro, continuando a mantenere lo sguardo fisso sullo specchio in lontananza, cammina fino al bordo della “pozza”. E sii consapevole, è fondamentale. Poi lanciati senza voltarti.

Potrà apparirti privo di alcun senso, ma è necessario affinché tu possa incontrarmi. Solo dopo potrai conoscere, capire.

Destino, caos, non esistono. Almeno non individualmente.

Sono fusi insieme in una sintesi superiore, inconcepibile, io credo.

Ti lascio un piccolo regalo: questi due bottoni di madreperla. Erano di tua madre. Tienili sempre con te e osservali con attenzione quando ti senti perduto, o confuso. Immergiti nelle loro venature lucide e fidati solo di chi possiede, negli occhi, una brillantezza simile.

In fondo uno schizzo frettoloso rappresentava un elicoide, una sorta di molla roteante.

Schiacciata la busta in fondo alla tasca decisi che ci avrei provato.

Io, Cesare e basta, avrei assecondato questa bizzarra follia per incontrare mio padre. L’unica persona di carne che avrei mai potuto cercare.

Trafficai per tutta la mattina in cerca di uno specchio adatto. Il corpo si muoveva da solo, come un fantoccio, coi fili animati da una vibrazione brutale. Tremavo, le articolazioni potevano scardinarsi tutte da un momento all’altro. Quelle parole, una ad una, sguazzavano con prepotenza nella melma del mio cranio, e forse le amavo, amavo quel frastuono che riusciva ad offuscare il suono ben più terribile che si era radicato al centro della fronte. (Il gemito di una corda tirata.)

Preparai tutto in tempo, come un fantoccio.

Posai lo specchio sul suolo. E osservai per qualche minuto l’assurdità delle mie intenzioni riflesse su quella superficie. Il campo secco alle mie spalle era interminato e in lontananza un lago evanescente sfrigolava. Mi incamminai subito, all’indietro, tenendo ben saldi gli occhi sulla “riva” del miraggio che vedevo riflesso. Mi sforzai a dismisura, sia per mantenere saldo lo sguardo sullo specchio che rimpiccioliva, sia per allontanare ogni pensiero razionale.

Quando mi parve di esserci vicino non mi voltai, perché ne ero certo, non avrei visto altro che terra chiara e lo stesso miraggio forse più lontano.

La riva della pozza secondo lo specchio doveva essere ad un passo dai miei piedi. Coprii gli occhi con le mani, con un gesto frettoloso e deciso che mi parve di frantumarli; e infine lo abbandonai nell’aria, il mio corpo, lasciandomi cadere con una tale fiducia inaspettata. Irresistibile.

L’aria divenne più morbida, fluida, sentii uno scroscio ovattato riempirmi la testa. E poi, in un orecchio, il lieve creparsi di qualcosa.

Continua…

 

(La storia è tratta da foto reaili)

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