Castoreum

rebecca lena polaroid sx70 lifto off watercolors

    Si chiedeva perché il fiume scorresse in quel verso.

L’orgia morbida di onde – come palmi di mani, cosce, seni, spalle – defluiva orizzontale davanti ai suoi occhi. Flutti di saliva brillante, a lubrificare il flusso. E mille dita veloci s’infrangevano sugli argini con molle timido desiderio.

– Tieni. È per te.

– Una noce?

– Sì, aprila.

La pose fra i suoi palmi, in corrispondenza del solco sul bordo e con poca pressione il guscio si aprì. Osservò le due parti perfettamente separate, una era vuota. L’altra custodiva qualcosa. I suoi occhi si allargarono a dismisura, ne rimase paralizzato.

– Perché a me?

– Perché io l’ho scoperta troppo tardi. – Durante quelle poche parole fece caso alle macchie sul suo collo. Escrescenze squamose di mille sfumature della porpora, ribollivano e crepitavano sopra il ritmo del suo respiro; ciuffi brillanti qua e là, fatti di tonalità imprevedibili, come i riflessi del sapone sull’acqua. E infine lievi ramificazioni venose, verde scuro, si ergevano da quella flora sul suo petto; parevano serpenti agitati dentro un collo di marmo fluido.

Ne era infestata, come molti altri.

– Adesso dove andrai?

– Dentro la foresta silenziosa. A restituire ciò che ho preso in prestito, e consumato.

– A presto. – Lei rispose con gli occhi e si voltò. Lui chiuse delicatamente la sua noce e osservò quella figura diluirsi fra le ombre degli alberi.

    La particolarità di quel fiume non erano solamente gli isolotti di sterpaglia fradicia e ciottoli che emergevano qua e là, quanto l’innumerevole quantità di pezze scolorite che vi erano appese: fra i rami, raggomitolate come cadaveri nel fango, sventolate da un tronco all’altro. Stracci sfilacciati che si ammassavano fra i cesti marci di radici, come pelli umane. Uno scenario stupefacente. Forse le onde si erano svestite frettolosamente prima di morire.

(O fare l’amore? Qualcosa, sgorgato fuori dal nodo di un albero, glielo aveva suggerito.)

Prestò attenzione ai tronchi intorno. Gli antichi ulivi nodosi parevano rantolare, in preda a dolori agghiaccianti; oppure si compiacevano? Disciolti in un vorticoso abbraccio di braccia e gambe molli.

    Alcuni ciliegi rabbrividirono lasciando nevicare pochi petali delicati. Ed io, precipitata come molle linfa dal nodo di un tronco, mi decisi a sfiorare la sua barba nera con le mani. Il suo viso era fiorito. Lui alzò gli occhi bui verso l’alto e un raggio ossidato li accese come il rame. Le sopracciglia presero il volo.

– E poi? – Ma non ascoltai altro che il lieve respiro che levigava le sue guance. – Cosa succede?

Quelle due ultime parole le vidi serpeggiare fra le sue labbra, lanciarsi in volo e poi sbattere sopra il mio cuore: Come dici? Cosa succede? – Staccai le mie dita dal suo viso.

– Come prosegue la storia? E la noce, cosa c’è nella noce? E la ragazza?

– Ah no, ma la ragazza era solo una metafora, ed è morta. Anzi, sta morendo proprio in questo istante, la vedi? – Cancellai con la mano alcuni alberi, aprendo un varco dentro la foresta – Eccola, là in terra.

– …Perché? – Era paralizzato.

– Tranquillo, è semplicemente invecchiata, ma come un sacchetto di plastica senza fori per respirare. È così che le sue verità interiori sono morte, andate a male. Marcite ben bene.

Adesso non puoi far altro che godere di questo spettacolo: la Morte. La vedi? È un arcobaleno di spore che vibra sugli ultimi raggi di questo sole. E la sua pelle che brulica la senti? Il muschio di porpora fuoriesce danzando, alimentato dal ronzare dei funghi-conchiglia sopra il suo petto (non paiono squame come i pesci?). La sfaldano quella sua pelle, come fosse ragnatela.

Non esiste spettacolo migliore; la Nascita e la Morte, sono i fuochi dell’universo. Ma purtroppo esiste una profonda differenza tra il vivere e l’essere vivente, sai…

– E qual è?

Le sue sopracciglia volavano via sfilacciate, come le vesti sgualcite del fiume. Avvicinai il mio naso alla sua mandibola e mi tuffai con gli occhi percorrendo in volo la lunga costa fiorita di nero, fino al sorgere del lobo. Precipitai lungo una calda scarpata ripida, e mi immersi infine nella valle molle tra il collo e la clavicola. La fiutai, la risposta alla sua domanda, giaceva annidata in quel piccolo lago di pelle.

– Il nero contiene tutti i colori dei fiori. – Risposi, e mi allontanai dal suo viso; decisi che lo avrei lasciato continuare da solo la sua storia, la mia storia, con questo indizio. Mi scusai per l’intrusione, non avrei dovuto precipitare così nella mia scenografia, rivelando il mio volto rarefatto, le mie dita viscose. La mia consistenza fumosa. Avrei dovuto galleggiare sopra queste righe percorrendole come gradini, una dopo l’altra, senza mai scivolarci in mezzo. Avrei dovuto stringerle queste parole fra le mani, come sbarre, per contemplare il mio creato lontano. E amarlo, da lontano. Proprio come si amano le cose lontane, non ottenute.

Poi colai sulla terra e ne fui assorbita.

    Il nero contiene tutti i colori dei fiori, pensava. Era accaduto qualcosa di stupefacente in quei pochi minuti precedenti, ma non riusciva a ricordare nulla, gli pareva addirittura che i suoi ricordi fossero stati calpestati frettolosamente, come si cancellano gli scarabocchi sulla sabbia. Solo quelle poche parole permanevano, come un’eco assorbito dalle pareti del cranio.

– Se il nero contiene il colore dei fiori, anche i fiori contengono tutti un po’ di nero? – Si grattò i capelli neri, ma d’improvviso le sue dita sussultarono: la cesta dura e crespa in cui si aspettava di affondare si era disciolta intorno alla sua mano, in un delicato covo di petali umidi.

Corolle e pistilli al posto dei suoi capelli.

Osservò le dita ingiallite dal polline, mentre alcuni petali sgualciti cadevano via piano. Tastò nuovamente quella sua testa e ne colse un fiore di magnolia. Una coppa fresca dall’odore inconfondibile. Allungò il naso come un spiritromba e ve lo immerse tutto.

    Gli parve in un attimo di precipitare – adagio – lungo un dolce sospiro di velluto. Alcuni flutti frizzanti si insinuarono nella sua gola, solleticandogli il petto. Atterrò dopo poco sopra un morbido inguine coronato, sul quale si ergeva il pistillo centrale. Quel profumo intenso cominciò a bruciargli il cranio, ma non volle interrompere il suo lungo sospiro, qualcosa mancava.
E proprio in quell’istante la percepì, all’improvviso, come un ago rovente sul suo cuore, ciò che serviva a completare l’odore. Una punta nera. La minuscola essenza agro amara – quasi rancida – contenuta nel fondo remoto di quel fiore.
E non gli aveva affatto recato dolore, piuttosto un amabile fastidio; perché una volta bucato il suo cuore, tutta la linfa bollente contenuta vi era stillata via, sciogliendo nel calore il resto delle sue carni.

    La sua mente ancora sfrigolava quando si accorse di aver esaurito il fiore, i piedi erano tornati sui ciottoli freddi del fiume. Vide quei petali ingrigirsi, collassare morti verso il centro, mentre il suo naso ancora ne succhiava via le ultime gocce d’anima.
Il fiore assorbito spirò. Le sue guance invece s’incendiarono.
Proprio in quell’istante capì; osservò il mondo intorno e finalmente fu in grado di vederla, l’impercettibile nota dissonante, o tenue asimmetria, la punta acida delle cose vive. Era proprio quella l’effervescenza che le rendeva brillanti, e non solamente viventi. Andava scorta, contemplata anche solo per un secondo; e infine goduta, attraverso quel piccolo scoppio del cuore, imploso dentro la propria pelle, disciolto in un bagno caldo di meraviglia.

    Si ricordò della sua noce e la mano tremò, aveva capito quale inestimabile potere custodisse. La aprì con cautela, senza alcuno sforzo. Gli occhi si spalancarono nuovamente. In una metà del guscio giaceva la ghiandola del mondo, pulsante come un cuore, umida come le sue labbra, nera come la sua barba.
Le sue vene serpeggiavano indomate e un alito caldo cominciò a sudare fra le foglie intorno, non resistette alla tentazione di sfiorarla con un polpastrello e in un attimo una gocciolina dorata trasudò. Scivolò lentamente sulle colline del suo palmo, precipitò fuori dalla sua mano fino a infrangersi sopra un minuscolo pezzetto di terra, fra i sassi.

Fu istante, e violento, il mio crescere nodoso in quei pochi granelli bagnati. Una sola goccia era troppa, tutta insieme. Mi radicai sinuosa intorno alle sue gambe, ramificai intorno al busto, le braccia; germogliai sulle sue scapole e il collo. Fiorii sulla sua bocca. Lo sorbii tutto quanto, in un lungo tormentoso respiro, fino a quando non lo sentii appassire.

    Mi accasciai lentamente sulla riva del fiume, ad ascoltare il crepitio sazio della mia corteccia. I flutti boccheggiavano, fra piccoli gemiti di saliva, insieme allo sventolare sfilacciato delle sue pelli sui miei rami.

 
Grazie alla muffa sul soffitto e a Filippo Ciampi per avermi prestato il suo viso fiorito. (Ascoltate il suo ultimo brano “La Noce” qui)
Cos’è il Castoreum?
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11 risposte a “Castoreum

  1. “Si chiedeva perché il fiume scorresse in quel verso.”
    beh, il fiume andrebbe d’istinto verso il basso, ma quello scorreva orizzontale perché la scendeva (pulsione inconscia di tutti liquidi) era controbilanciata dalla saliva dei flutti.
    il tempo nello scorrere spesso descrive bolle di sapone sull’acqua in cui i pensieri galleggiano. e nello scenario stupefacente, ecco eros e tanathos, vita e morte come due facce dello stesso volto distratto abituati a specchiarsi solo di profilo e non sapere quant’è buono il formaggio con le pere (ovvero che il corpo nutre entrambe e che entrambe masticano e impastano materia per il corpo). non so però se esiste davvero una differenza tra il vivere e l’essere vivente (magari entrambe sono astrazioni e come tali non c’è differenza poiché entrambi esistono soltanto nella nostra testa), epperò, indubbiamente, uno è composto di 1 parola di 8 lettere e 3 sillabe, mentre l’altro di 2 parole di 3 sillabe entrambe ma di 6 lettere la prima e 7 la seconda. quindi chissà, qualcosa di diverso c’è.
    : ))
    comunque, è vero: il bianco li riflette tutti mentre nero dell’inchiostro contiene tutti i colori (non solo dei fiori, anche i nostri) e anche tutte le altre cose… anche quelle che non esistono nella materia, quindi l’inchiostro contiene tutti noi.
    : )
    forse per questo quando il protagonista si gratta i capelli neri avrei visto bene le dita macchiarsi d’inchiostro, oltre che gialle di polline… vabbè, mi accontenterò della punta nera (temperata se è una matita, altrimenti anche no, qualora il pistillo sia una penna oltre che il fallo a gamba tesa della morte – dell’amorte – eccitata da tanta materia viva). l’effervescenza morta delle cose vive, impercettibile, ma in grado di implodere l’essenza. d’altro canto la linfa vitale della pagina sono i personaggi di cui si nutre la pagina stessa e quindi l’autrice di queste ottime infiorescenze/infiorescenze.
    così ti leggo, quindi questo sono.
    per il resto, in termini di senso e sensuale delle cose, direi che è il tuo racconto più riuscito di sempre (ci sono pure un po’ di dialoghi!), ergo non ho appunti da fare oltre quelli presi leggendo, anzi no, cheddici, in chiusa, a quadrare il cerchio, ci potrebbe strare un “fra piccoli gemiti di saliva”?

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