Il Tè

tè cartolina vecchia ossa foto cimitero

    Per un istante decisamente breve, tra l’inconfondibile gusto caldo e ferroso del sangue, riconobbe sulla punta della sua lingua un incredibile gusto di tè.
Leccò ancora, con molta curiosità, la piccola fessura che si era aperta sul dito, ma niente più.
Era stata una di quelle piccole e rare epifanie che Amelia adorava e che celebravano al meglio il suo innato – perverso – desiderio di stupore. Le parevano quasi come pizzicotti, singhiozzi dell’anima, capaci di aprire piccole fessure sopra la scorza rigonfia della sua pelle; era proprio attraverso queste serrature che Amelia poteva spiare la vera natura delle cose, le cose che stavano aldilà del suo involucro di carne.
Gli strati dell’aldilà reale, oltre quelle fessure, erano tanti, immensi e molto spessi. La natura dello spazio-tempo, anche a spiarla frettolosamente, si mostrava sempre così magnificamente caotica, illusoria, difficile, entropica, scompagnata, asimmetrica, ma allo stesso tempo così straordinariamente incastrata, avvinghiata, circolare.
A volte, in uno slancio di nobile otium, si cimentava nell’accurata ricerca a ritroso di tutte le scelte, personali e altrui, che l’avevano indirizzata verso l’istante esatto in cui si trovava. Proprio come se la sua esistenza rotolasse uniformemente lungo un piano obliquo, sopra il quale chiunque – vivo, morto o inconsistente – potesse infilare a proprio piacimento le proprie dita, mani, braccia (ma anche saporite pedate) per deviare il più possibile il percorso esistenziale. di Amelia. E non era affatto male come teoria, visto che più che una caduta la considerava una tormentata ascesa (con una gravità al contrario molto favorevole), nella quale tutte le sofferenze e le preoccupazioni, poco apprezzate dal resto dell’umanità, apparivano ai suoi occhi talmente attraenti e talmente necessarie ad una salita molto più…
Interessante.
Spesso, forse per sconsideratezza, forse per volontà inconscia, sbatteva contro le cose, stipiti delle porte, maniglie, ferendosi lievemente. Ciò le provocava uno strano, ma grande, godimento.
Nel frattempo, durante quello stesso giochino di ricerca a ritroso, si esaltava ancor più quando riusciva ad individuare i veri attori della sua storia, assurdamente travestiti da comparse insulse e fulminee, che non erano affatto – come poteva apparire ad una prima osservazione – le mani e le braccia in mezzo al suo cammino di biglia rotolante, piuttosto erano quei minuscoli e invisibili fattori che a loro volta avevano favorito (costretto) le dita altrui a compiere quelle esatte azioni nel proprio percorso di naturale depistaggio.
E quegli attori, anzi registi, dell’immenso film di esistenze non erano altro che i dettagli improvvisi, minuziosamente posizionati nello spazio (a cui nessuno faceva mai caso), oppure i pensieri vipera, che attaccavano a sorpresa, e – ancora prima nella gerarchia – i fattori climatici, i raggi cosmici, le reazioni chimiche, le energie oscure, le impronte genetiche.

– Però adesso ho voglia di tè – Amelia prese le scarpe e uscì.

Fuori il cielo era umido, le nuvole imbevute di un fitto velo ambrato.
L’aria era talmente calda che pareva fatta solo di aliti umani; come se fosse l’ultima rimasta all’interno della sfera di nuvole che sigillava il mondo. Un po’ le pareva teso quell’ammasso d’aria, Amelia lo sentiva tremare fra i suoi capelli.
Povero Marte, brutalmente ferito da una cometa 11.
Tutti lo sapevano, nessuno ne parlava. Anche perché da qualche settimana non si poteva più comunicare, ascoltare la radio, o guardare la televisione. Era chiaro che prima o poi qualche pezzo martoriato delle sue carni avrebbe investito anche la Terra. E l’avrebbe colpita in modo definitivo. In quei giorni già qualche folta chioma rossa accarezzava le sue atmosfere.
Ma chi lo sapeva se prima o poi cadevano anche là, sulla casa di Amelia, o sul parco a poche centinaia di metri. O sul fiume. Sicuramente qualche piccola briciola era già caduta, lontano. Forse nell’oceano, forse in Siberia. Ma lontano.
Per la prima volta una catastrofe sembrava fare del bene. Non c’era niente di meglio per Amelia che passare le giornate a osservare le persone, seguire attentamente le loro gambe scambiarsi lentamente, per svago, nelle vie cittadine del centro. I volti così stranamente pacati e distesi, gli occhi profondi, molto dilatati, come i morti felici, forse perché non vi erano più schermi luminosi a farli rimpicciolire.
Quel giorno una signora portava i bambini e il cane dentro il carrello per la spesa. Tre uomini di mezza età giocavano per strada con una pallina di carta. Qualcuno strisciava i piedi sull’asfalto con un grosso tronco secco sulle spalle. Concerti acustici sulle panchine. Fiumi di ragazzi sudati davanti ad una gelateria. Era Dicembre?
Amelia rimase qualche minuto ad osservare la lunga piazza affollata, col corpo un po’ sdraiato sopra una grossa televisione orfana. Che fretta c’era, il negozio del tè era proprio là davanti, sul lato opposto della strada. “Dal 1890!” declamava la sua vecchia insegna. Era incredibilmente piacevole godere della propria solitudine in mezzo a quella compagnia.
Ad un lato della strada prese a girovagare una grossa foglia arancione, l’unica prova che forse il tempo e le stagioni ancora esistevano. La ragazza si lanciò immediatamente nella sua cattura. Verso sinistra un ragazzino cinese correva, trasportando una grossa balla di stracci; non fecero in tempo a scansarsi.
Esplose una piccola bomba di colori, di pezze polverose e tessuti.

– 对不起,保存自己.

    Amelia si alzò dopo poco barcollando e sorrise al ragazzino, non capitava tutti i giorni di poter ammirare una strada ricoperta di stoffe. Lo aiutò a raccogliere le sue pezze. La foglia, poco più in là, era ancora integra. Ma decise di lasciarla scappare.
Giunse finalmente all’entrata del negozio, con uno strato di polvere in più.
(Forse, in quel preciso istante, a qualche migliaio di kilometri sopra la sua testa, un grumo di roccia rovente si affacciava alla sfera atmosferica della Terra. Palpitante, come un muscolo cardiaco. Amelia alzò il muso al cielo come un cane. Spinse la maniglia.)

– Buonase… – ma il suo saluto fu interrotto da un fragoroso, avvolgente starnuto. Urtò la maniglia dell’entrata con la testa, proprio in quel punto esatto del cranio in cui si annidano i pensieri assurdi. Tutto il corpo fu attraversato da un intenso sussulto. Dovette rimanere con la testa abbassata per un po’, mentre apriva la porta del negozio. La vista era rimasta annebbiata, una strana pressione la schiacciava con forza verso terra. Intravide qualche tavola scura del pavimento e in un attimo vi scivolò sopra.

   Fu destata dalla calura piacevole e aromatica che avvolgeva la stanza. Due uomini eleganti la accudivano con preoccupazione, avevano baffi folti, e i capelli lisciati sulla testa con una cura maniacale. Quello più giovane doveva essere figlio del più vecchio, aveva una grossa macchia bianca sotto la mascella destra. Pareva muschio chiaro, adagiato sopra un tronco delicato.
– Vado a cercare un po’ di coperte, torno subito. – L’uomo vecchio sparì dietro a una porta accanto al bancone. I lumini accesi sfolgoravano sui grossi contenitori dei tè. Cominciava a fare buio.
– Fuori si gela, perché vi siete vestita così? E perché siete vestita da uomo? Come vi chiamate? – Amelia rimase un attimo interdetta, osservò la sua maglia viola di cotone leggero e i leggings bordò. Effettivamente le piaceva sperimentare nuovi accostamenti, ma non le pareva proprio di essere vestita così male.
– Perché fa così freddo qua dentro?
– Perché è Dicembre.
– Mi chiamo Amelia. Puoi darmi del tu.
– Asciugatevi quel taglietto sulla fronte con questo, adesso vi preparo del tè.
Amelia rimase a osservarlo un po’ aggrottata, tutta l’aria dentro quel negozio aveva il sapore di un armadio antico, ma d’altronde chiunque in quello stato di catastrofe imminente aveva il diritto di comportarsi e vivere in modo strano. La sua città, e probabilmente tutte le città del mondo, erano rapidamente regredite ad uno stato di precedente quiete, e tutto pareva funzionare. Chi voleva poteva inventarsi un nuova stramba identità, un altro lavoro, oppure mangiare ciò che gli veniva donato e gestire il resto della giornata a totale piacimento.
Perché stupirsi allora. L’unica cosa veramente inspiegabile di quell’ambiente era il freddo che impietriva i vestiti.
L’uomo armeggiò con alcuni attrezzi per pochi minuti, Amelia percepii l’odore dell’acqua bollente e il rumore di barattoli metallici, poi lo vide ricomparire dietro il bancone. Un cigno, ecco cos’era; posò un vassoio sul tavolino e la invitò ad avvicinarsi, alzando il becco affusolato.
– Non vi ho mai visto in paese, venite per caso da un circo? O da una compagnia teatrale? – Amelia si alzò in piedi e scoppiò a ridere.
– No, no. Sono venuta da casa mia.
– Sedetevi, ecco qua. Vi ho preparato questo prezioso tè bianco per confortarvi dalla vostra disavventura; è davvero pregiato, i suoi germogli sono raccolti solamente durante giorni particolari di primavera.
Amelia sporse il viso sopra la tazza fumante e fece un lungo respiro. Quel cigno antico da vicino aveva anche lo splendido portamento di un fiore.
– Cosa fa nella vita signorina Amelia?
– Beh, io…esploro e poi celebro l’intensità delle cose.
– Interessante. Quindi in che modo celebrate “l’intensità”?
– Semplicemente scoprendola.
L’uomo antico non parlò più. Rimase a fissarla per un’eternità di secondi. Aveva gli occhi disegnati da curve slanciate. Nemmeno Amelia interruppe il flusso di sguardi mentre sorseggiava il suo tè. Ognuno scorreva nella bocca dell’altro con un’impetuosità bollente e un aroma meravigliosamente tenue.

– Signor Dei! Buonasera! – Un uomo imbottito si precipitò con euforia nel negozio – Questa ve la devo proprio dire, guardate un po’ il giornale qui: “Gigantesca esplosione in Siberia. La luce investe anche Londra.” 11b
– Buonasera Dini, fatemi vedere un po’.
– Legga anche qui, dicano di testimoni che hanno visto cadere una stella. In Inghilterra ci vedevano pure di notte!
– Incredibile, davvero.
Amelia balzò in piedi. – Mi scusi, ma di quand’è questo giornale?
– È di stamani.
– Impossibile, non stampano più giornali da settimane.
Dini squadrò la ragazza da capo a piedi, senza nascondere una chia-ra smorfia di sdegno: – Dei ma in dove l’avete pescata questa? –
– Suvvia signor Dini, torni dopo eh, ho da fare, adesso non posso proprio stare dietro a queste storielle. Arrivederci! – Il giovane signor Dei chiuse la porta frettolosamente, tentando di nascondere l’incredibile imbarazzo.
Amelia rimase immobile, dimenticò in fretta quella scena, si soffermò invece sul soffio gelido che si era insinuato sotto la porta dopo che era stata sbattuta; sul pavimento ne era rimasta una lieve scia di ghiaia, rametti, piccole foglie e forse…forse anche un po’ di neve. Neve? Come era possibile?
– Vi chiedo veramente perdono per la maleducazione del signore Amelia.
– Tranquillo. Adesso però devo proprio andare, fuori sta nevicando vero? Non me lo posso proprio perdere, e poi non si sa mai che comincino a schiantarsi stelle anche qui. Nel caso mi piacerebbe starmene distesa sulla riva del fiume. Non so ancora il tuo nome signor Dei?
– Mi chiamo Ugo. Aspettate solo un altro secondo, voglio darvi un po’ di questo tè. Dovete promettermi di berlo quando tornerete a casa, e magari sarete invogliata a tornare qui.
– Lo farò, sicuramente. Grazie, a presto.
Ugo Dei rimase in piedi qualche minuto ad osservare la porta. Dentro la sua testa si accavallavano rapidi barlumi di quel viso, del suo corpo a terra, dei suoi occhi ingordi, l’uno contro l’altro, fra mille scintille elettriche e nubi bordò. Era passato tutto così rapidamente, una comparsa così fugace e, per questo, incredibilmente intensa.
– Ho trovato delle coperte. Ma dov’è la signorina, Ugo?
– Se ne è andata.
Massimo Dei, il proprietario del negozio “Germogli di Tè. Dal 1890!” riprese ad affaccendarsi con fragore sopra il suo bancone.
Ugo notò il fazzoletto rimasto a terra; tutto ciò che gli era rimasto di lei era solo una piccola macchia di sangue inglobata nel tessuto. Pareva una foglia ricamata. Vi immerse piano il viso, poi tutta la bocca, e, d’un tratto, in mezzo ai vapori intensi dei suoi tè, riconobbe l’incredibile sapore del sangue.

   Amelia se ne era andata con un insolito turbamento addosso. Avrebbe voluto voltarsi e penetrare i suoi occhi un’ultima volta, ma non ci riuscì. Era stato il primo fallimento nella sua carriera di celebratrice d’intensità. Ma d’altronde non poteva aspettare, la neve. Era assurdo.
Chiuse sbadatamente la porta con un grande botto.
Fuori il gelido sospiro la aspettava, il viso s’indurì. Ma non fece in tempo a distinguere che pochi lumi lontani, quando il buio d’un tratto cominciò inspiegabilmente a disfarsi, come fango. Anche il suolo divenne morbido, sfibrato, cremoso; e il corpo di Amelia precipitò.
Atterrò pochi secondi dopo, con innaturale lentezza, sopra ciò che rimaneva della sua piazza. Proprio quel luogo afoso e affollato che si era lasciata alle spalle entrando nel negozio.
Dove era stata davvero in quell’ultima mezz’ora? Cosa era accaduto?
Adesso della piazza non era rimasto altro che una conca sconfinata, solo cenere e pietre bollenti, e il suo corpo ritto al centro. Nessun accenno di mura, tetti, alberi, persone. Tutto era stato spianato con forza incredibilmente crudele. Crudele, spietata, eppure naturale. Ne era pronta già da settimane.
Camminò per ore in cerca di qualcosa di vivo, di qualcosa in piedi. A tratti brandelli di case, cumuli di pietre, muraglie di ferro, due o tre persone annerite che si diluivano nel buio. Nessun suono, e la Luna urlava immobile.
In lontananza le parve di riconoscere un profilo familiare, le mura del cimitero; era quasi completamente intatto. Si sdraiò esausta sopra una tomba, fra cespugli di fiori secchi e il cuore disidratato.

   Ugo Dei quella mattina, recandosi a lavoro, aveva deciso di deviare dalla strada che solitamente percorreva. Girovagò a lungo fra i platani arrugginiti del viale; i suoi occhi ansiosi erano ben impegnati a scrutare gli argini del fiume.
Ma all’improvviso un grido.
Qualcosa si agitava e urlava fra il ribollio del canale. Il giovane si lanciò nel fiume senza esitazione.
Il fragore delle foglie sotto ai suoi piedi, l’adrenalina, il gelo, il dolore: furono le ultime cose intense che riuscì a celebrare della sua vita.
Amelia quella mattina trovò nel cielo solo fumo sporco e dorato. Forse anche l’eco di un grido lontanissimo.
L’odore dell’aria era insopportabile, così aprì a un angolo quel suo pacchetto prezioso e vi immerse tutto il naso per consolazione. Si alzò poco dopo dalla sua culla di terra, il profumo le aveva appesantito il petto ancor più, ma d’un tratto, nel voltarsi verso la lapide presso cui era seduta, tutto il corpo trasalì. Una vampata di sgomento le bruciò il viso.
Era Ugo Dei 12, scolorito nel suo ovale in ceramica, che si ergeva in mezzo alla lapide.

16 Dicembre 1908
Il paese e i cari salutano l’uomo
che, al fiume, donò la sua vita in cambio di un’altra.

   Il suo cigno. Forse stava morendo, in quel preciso istante. Un centinaio di anni fa. A chi aveva dato la vita? Forse era andato al fiume per cercarla e invece ne era rimasto inghiottito. Non avrebbe mai dovuto dirgli che amava il fiume.
O forse sì?

   Il segreto di un germoglio pregiato: l’aroma tenue, il tocco fugace, il muschio delicato.

[foto di Rebecca Lena; nell’ovale ceramico il mio caro amico e vero Ugo Dei, realmente esistito e morto il 12 Ottobre 1893 a 24 anni.]

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