Cuore di spugna

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    Il cielo bronzeo.
Un tumulto ovattato si sgretola sopra il banco infinito di nuvole, lontano. Ma forse non così lontano, forse quel rombo viene dal mio petto. Ruggisce ancora. Viene da dentro?
Sono un temporale.
Stacco a fatica la testa dal fango e il mondo scolorito, di un arancio ossidato, si mostra in tutto il suo bagliore.
È umido. Una pianura bagnata, gli alberi corrosi.
Il mio corpo è in pendenza sulla collina, posso vedere le dita dei piedi brulicare nella melma; mi volto. Alle mie spalle, proprio sulla cima, ci sono figure in piedi. Qualcuno è ancora steso e ricoperto per metà dalla terra sciolta. Chi sono io, e loro? È così importante saperlo?
Hanno tutti corpi diversi e osservano immobili lo spettacolo del cielo; paiono incantati dentro una comune meraviglia.
Allo stesso modo la valle meravigliosa osserva loro, con le sue forme tortuose, i colori bruciati, i cespugli d’oro e bordò.
Un essere ha i capelli ramati, lucidi come le foglie. Il viso scuro, sporco, e gli occhi cerulei che sfolgorano d’inverosimile. Un altro essere invece è completamente ricoperto di terra, sul suo volto risplende solo una dentiera accecante, e tale è il suo sorriso che il cielo ha cominciato a liquefarsi.
Gocce leggere in un attimo imbottiscono il silenzio.
Qualcosa guizza d’improvviso a pochi metri dal mio corpo: due braccia. Annaspano nell’aria, trovano appoggio sul suolo e tirano su un busto. Mi osserva adesso una testa di fango caldo. Ha gli occhi neri.
Non avevo fatto caso agli stracci disfatti, impregnati sul suolo. La collina ne è piena zeppa: pezze rossastre logorate dal pantano. Le mie mani ne sono ancora immerse, urtano anche oggetti solidi; grovigli di materiali, ossa scure. Stringo qualcosa fra le dita, è un oggetto indecifrabile. Pare emanare qualcosa, vibrazioni forse, perché rimbalzano sul palmo. Poso l’orecchio su quella massa e il suono si fa intenso. Rumori affannati, scricchiolii, urla, fischi, tonfi; pare che al suo interno sia imprigionato un minuscolo universo. Oppure un universo passato – di cui non ho alcun ricordo – rimasto in parte assorbito.
Ogni cosa qua sotto sembra esserne impregnata; sono sicura che se mi avvicinassi abbastanza al suolo, senza intingerne la testa, potrei ascoltare il rumore della storia, la storia di questo mondo, del cielo, la nostra. Il suono è incastrato fra i pori della terra, ma è vivo, non può disgregarsi o svanire, attende solo una membrana sensibile sulla quale potersi adagiare.
La pioggia si fa più intensa e i volti si fanno chiari, più sabbia, più rosa. Ci confondiamo nel chiarore che cristallizza questo posto. È un giorno melodioso, abbiamo rami bianchi e robusti che sorreggono il nostro spirito.

Occhi neri guarda impietrito nel cielo, il suo viso comincia lentamente a scolpirsi sotto l’acqua, si tocca il petto con le mani. Ha sentito qualcosa? Anche le forme dei corpi sulla cima assumono sfumature, ombre, curvature incredibili. E lo scricchiolio della pioggia solletica le mie orecchie. È piacevole. Invisibile.
Le foglie laggiù rabbrividiscono, scuotono gli alberi con leggerezza; credo ci siano foglie anche nel mio petto, le sento vibrare delicatamente. Come il formicolare di mille mani intorno al cuore. È dolce. Invisibile.
Riesco a salire sulle mie gambe, sono forti e posso muovermi. Raggiungo le figure in piedi. In un attimo gli occhi cerulei mi sono davanti, talmente vicino che posso nuotare sul loro fondale. Al centro sono bucati da due pozzi neri che fanno paura.
D’un tratto incontrano i miei e si contraggono, tutto il suo viso prende fuoco a poco a poco, dietro uno stupefacente sorriso.

Un colpo.

Mi perfora qualcosa, la testa, il petto, o entrambi. Come un suono tagliente. È il suo sorriso.
È partito da un punto preciso sul mio ventre, è salito in picchiata su per i polmoni, è rimbalzando sulle pareti della gola, esplodendo nella testa in minuscoli ammassi di stelle.
Non è rimasto che un’eco interminabile. Un sibilo costante lungo la scia che ha scavato dentro il mio corpo. È il suo sorriso.
I suoi occhi però hanno percepito la mia emozione, adesso mi interrogano.
Allora decido di raccogliere con le dita un po’ di terra bagnata. E poso le mie dita sul suo ventre – i suoi occhi si chiudono – scivolo piano sulla piccola collina ripida, sull’incavatura morbida che sta sopra, poi di nuovo i polpastrelli ondeggiano, volano sopra una scarpata inclinata, si tuffano in una conca molle e infossata, corrono per una salita lieve – sussulta – inseguono un tenero letto di fiume; frenano sulla gola.
Li riapre, osserva il mio segno delicato sulla sua pelle: una linea retta che percorre metà del suo corpo.

Vorrei conficcare una mano nel mio petto per afferrare il mio cuore di spugna.
Dopodiché spalancherei il palmo e le dita, e lo mostrerei alla piog-gia, per farlo impregnare abbastanza. Infine lo poserei sulla tua fronte, gratterei via piano quel fango – con infinita lentezza – fino a scoprire ogni bianca piega segreta del tuo viso.
Ecco cosa siamo. Spugne di stupore, d’intensità.

[continua…presto, dentro pagine di carta]

[Per aver ispirato questo racconto, ringrazio: una giornata di cielo arancione, la pioggia, le foglie, Michio Kaku e le teorie sull’origine dell’universo, Christian monaco Yamabushi, la  Luna, Sensei Adriàn e la meditazione Ajikan, gli oggetti abbandonati, Shambala di Chögyam Trungpa, il mio cuore.]

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6 risposte a “Cuore di spugna

  1. Una bella variazione su temi onirici e surreali. Da ringraziare anche le avanguardie occidentali del Novecento (le teorie orientali le conosco meno). Magari invece è puro realismo, e le cose stanno proprio così: basta guardare diversamente la nostra realtà e raccontarla.

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